Cogito… ergo continuo !

5 Jan 2009

Ricordo che quando ero bambino lessi una favola che parlava di un paesino i cui abitanti non si erano mai addormentati poichè temevano di non potersi più risvegliare. Lasciando stare gli aspetti “epistemologici” della questione (qualcuno hai mai fatto la prova ?),  devo confessare che l’episodio, sepolto in chissà quali meandri della mia ancestrale memoria, mi è tornato in mente proprio ieri dopo un’intensa riflessione sulla continuità. Pensavo: da un bel pò di tempo l’umanità si protende verso una disperata ricerca del modo più congeniale per scansare quelle fastidiosissime “buche” che separano l’attuale dal potenziale, il presente dal tanto desiderato futuro, ciò si conosce da ciò che si potrebbe “possedere” estendendo la conoscenza di qualche millimetro oltre i suoi confini. Il timore di non svegliarsi, da questo punto di vista, pur essendo  espresso in modo del tutto anti-scientifico, non era affatto immotivato: si trattava in fondo della rappresentazione “teatralizzata” della naturale paura di restare intrappolati nel limbo atemporale che segna il confine tra ogni istante e il suo successivo, e, in modo analogo, di quella bizzarra forma di transizioni che nascono affondando le loro radici nella probabilità e terminano in una forma di determinismo inutile e inflazionato. Ed è in questa strana forma di “salto” che si condensa tutto lo sforzo di creare, modellare ed adattare le quotidiane soluzioni per assicurare un’accettabile continuità ad ogni produzione del pensiero.

In questo panorama esistenziale, l’impegno “tecnologico” rappresenta la condensazione di tutti i possibili tentativi all’interno di un contesto che sembra nato proprio per dilatare o contrarre proprio quelle variabili che l’umanesimo classico aveva posto come vincolo per ogni azione “tollerabile”; gli “ipnofobi” della mia favola sembrano proprio i migliori adepti di questa antica visione, capaci, nella loro idealistica immaterialità, di assecondare una legge ottusa pur di rischiare di perdere lo straordinario “dono” della continuità che la loro cultura sembra aver conquistato. Ma è proprio a questo punto che la sovversione raggiunge il suo culmine: una donna, parente di un abitante locale, andando in visita nel paese “senza sonno”, dopo un pranzo luculliano, crolla tra le braccia di Morfeo, transformandosi in una suicida agli occhi degli indigeni. La continuità era stata spezzata: nello stesso istante nel quale l’oblio aveva vinto la coscienza, la donna era stata colta in fallo in quel sottile intervallo che nessun linguaggio è mai stato in grado di descrivere, ed era morta. Ma quale continuità viene concessa ad un essere deceduto ? Semplice… la stessa che si dà ai vivi, con il solo appunto che fintantochè la memoria terrà in vita il ricordo, esso avrà quasi pari dignità di una qualunque altra interazione, a patto, naturalmente, di non tentare nemmeno di immedesimarsi nella parte dell’”attore protagonista” ! Esso vive proprio nel limbo della non-continuità e, la sola idea di tradurlo a forza  da uno dei due lati percorribili è semplicimente una follia capace di far crollare ogni ragionamento e costringere il malcapitato a capitolare, rendendo grazie all’assurda legge che vieta il sonno.


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Convergenza in atto ?

7 Dec 2008

Non mi piace gridare al miracolo di fronte ad una qualsiasi manifestazione apparentemente “anomala”, perchè credo che la saggezza dell’uomo si veda nella sua capacità di rifiutare la fuga anche di fronte ad un burrone, ma ogni tanto mi capita di sentire certe frasi o di osservare alcuni comportamenti che non lasciano spazio ad equivoci: una modifica è realmente in atto e la sua portata cresce di giorno in giorno.

Ho fatto questa breve introduzione per cercare di giustificare a me stesso l’ipotesi di significazione che una frase come: <<Ok. Ci vediamo dopo su Facebook…>> potrebbe avere; mi trovavo infatti in metropolitana, schiacciato tra decine di persone, quando ho involontariamente prestato attenzione al saluto che due giovani ragazze si sono scambiate prima di separarsi… Se il “sentire” è stato definitivamente appiattito e ridotto dimensionalmente dall’introduzione del telefono (in particolare il cellulare), il “vedere” restava ancora confinato nello spazio delle attività di natura prettamente fisico-sociale, resistendo imperterrito alle incessanti minacce di new-media di ultima generazione come i videofonini. Il “vedersi” implicava l’insostituibilità del mezzo e, tenuto conto della reciprocità dell’azione, anche di una precisa intenzionalità, quasi a voler dire che “visione” e “incontro” per la società classica avevano la medesima valenza e il campo visivo, lungi dall’essere confinato a pure immagini, si espandeva alla completa manifestazione dell’essere. Per farla breve, un’affermazione del tipo “Ci vediamo !”, espressa di fronte all’interlocutore, implicava la possibilità reale e concreta di un evento futuro analogo in tutto e per tutto a quello presente.

Ma la tecnologia non entra in ballo solo nell’atto di lenire quel “sudore della fronte” che affligge l’uomo sin dalle origini, essa, usando la terminologia della moderna psicologia sperimentale, è la base per nuove e sempre più pervasive “estensioni cognitive” che non si accontentano di giocare il ruolo di surrogati, ma pretendono a pieno titolo il diritto di garantire una cognizione “umana” in ambienti che di umano nascondono solo l’originale atto creativo.

Il social networking, in tutte le sue espressioni, ha rappresentanto di certo un passo decisivo verso il superamento di limiti apparentemente avulsi da ogni contesto tecnologico: ci si può “vedere” nel cyberspazio analogamente all’atto di sentirsi tramite telofono, e ciò grazie al quasi completo isomorfismo che il web 2.0 sta tentando di stabilire tra le attività “naturali” e i derivati virtuali. Tutti i nuovi strumenti web-based non sono infatti meri manifesti di un profilo personale o professionale; essi, al contrario, cercano in tutti i modi di sopprimere l’arcaica associazione nodo web <-> pagina, ponendo al centro di ogni network sociale l’unico vero nodo avente diritto di chiamarsi tale: la persona.

La multidimensionalità dell’interazione diventa quindi elemento portante del nuovo approccio tecnologico che ha investito Internet, e non c’è da stupirsi se innumerevoli comportamenti, prima soddisfatti solo in un contesto “fisico”, stiano lentamente convergendo in nuove e rivoluzionarie manifestazioni che, come già detto, di umano hanno soltanto la volontà creativa.


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(Micro-)motivatevi gente !

7 Oct 2008

La parola “motivazione” ha indubbiamente un connotato positivo: senza alcuna specificazione implica la spinta verso il conseguimento di un qualche obiettivo preposto che, anche se soltanto implicitamente, rappresenta probabilmente proprio la causa principale che ha fatto scattare la motivazione. In un meccanismo di feedback che vede ai due estremi il desiderio e il risultato, l’azione iniziale è spesso esercitata proprio dal potenziale obiettivo (e dai benefici che possono scaturire dal suo raggiungimento) e solo in un secondo momento, nata la motivazione, quest’ultima può prendere la “guida” del processo e indirizzare le energie verso il coronamento degli sforzi.

Ma siete sempre coscienti delle vostre motivazioni, o usando le parole del professor Thomas Schelling, delle micromotivazioni che possono guidare comportamenti collettivi di portata ben più ampia ? Se la risposta è sì, vi accorgerete sin dalle prime pagine che il vostro giudizio è stato probabilmente affrettato… al contrario, se siete coscienti che le dinamiche complesse, pur dipendendo fortemente dai singoli elementi costituenti, evolvono secondo traiettorie apparentemente inspiegabili, troverete nell’intero volume una grandissima quantità di spunti di riflessione anche dovendo spesso effettuare innumerevoli “contorsioni” mentali per condividere in pieno le affermazioni riportate.

Personalmente ho trovato il libro molto gradevole, ed essendo un convinto sostenitore dello studio dei sistemi emergenti, non ho potuto che prendere atto di una grande quantità di situazioni (dalle più banali, alle più complesse ed articolate) che uno studio attento e metodico non può che svelare nella loro più intima essenza, rendendo i lettori partecipi dell’effetto che un dispiegamento massiccio di “micromotivazioni” può indurre in un contesto di natura sociale, permettendo altresì di comprendere quali misure correttive di portata globale possono essere adottate al fine di arginare fenomeni che normalmente vengono affrontanti solo attraverso una mera propaganda, invece che con interventi specifici e “coscienti” delle micro-cause che stanno dietro alle singole realtà.


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E se tutti facessero… ?

3 Oct 2008

E’ capitato sicuramente a tutti di sentirsi rimproverare con una frase il cui esordio incarna quella che potrebbe essere definita come l’iperbole dell’estensione collettiva: “immagina cosa potrebbe succedere se tutti facessero in questo modo…”. La cosa più interessante dell’intera faccenda è che pur sentendo pronunciare queste frasi senza sosta e osservando (con una certa delusione) la continua contravvenzione delle regole  esaltate con tanta veemenza, non si riesce mai a verificarne la veridicità perchè sistematicamente l’insieme che dovrebbe racchiudere i “tutti” è molto più esiguo di quanto pronosticato. Un grosso fastidio per coloro che cercano di tirare in ballo questi deterrenti paradossali, ma sicuramente un sollievo per i molti che, pur non rispettando talvolta certe regole, sperano che la ben più ampia e consapevole classe dei “molti” cancelli l’effetto locale con una tendenza globale verso comportamenti più conformi ai costumi generalmente accettati.

Non volendo sostenere abitudini scorrette, fastidiose e degne di essere sanzionate, mi preme far notare che se tutti gli automobilisti parcheggiassero in doppia fila, ciò implica che il 50% del totale complessivo di patentati,  senza volerlo complici di questa odiosa rivolta contro il codice della strada, ha parcheggiato correttamente e quindi l’ipotetico “tutti” viene drasticamente ridotto alla metà… Insomma, il morale della favola è che i gruppi eterogenei difficilmente riescono a sincronizzarsi al di fuori di contesti specifici e che le cattive abitudini (da evitare), sono probabilmente caratterizzate dal fatto di essere molto più “locali” di quanto si possa immaginare. Senza volere transcendere nella sociologia (che conosco molto poco), credo che lo stesso discorso potrebbe essere tranquillamente esteso a molte altre forme di comportamento che gli individui tendono ad osservare all’interno di microcosmi pensando di poterne estendere le proprietà a strutture ben più vaste ed articolate.

Di fatto la propagazione di informazioni (che potrebbero divenire cause di certi comportamenti) all’interno delle reti sociali è fortemente influenzata dalla massa critica di soggetti che tendono ad incentivarne la diffusione sia per il contenuto stesso dell’informazione, sia, in misura probabilmente maggiore, grazie alle dimensioni del proprio network raggiungibile con pochi “passa-parola”. Le profezie che si autoavverano sono un classico esempio di superamento della massa critica e della repentina diffusione di informazioni che ben presto determinano il comportamento “profetizzato”, e ciò non a causa del valore intrinseco della notiza (che potrebbe tranquillamente essere del tutto falsa, infondata e irrazionale), ma come semplice sovrapposizione degli effetti locali.

Apparentemente sembra trattarsi di un controsenso visto che in tali situazioni si assiste proprio alla dimostrazione dell’iporbole dell’estensione collettiva; ciò che tuttavia differisce sostanzialmente è proprio la modalità con la quale si tende a determinare l’effetto globale: nel primo caso, al fine di scongiurare l’adozione comune di pratiche cosiderate poco “salubri” per la società, si cerca di indurre il soggetto a pensare alle conseguenze disastrose che potrebbero scaturire dalla ripetizione incontrollata di gesti condanntati dalle regole del caso, nel secondo, al contrario, si informa il soggetto che potrebbe verificarsi un evento collettivo molto sgradevole, facendo sì che quest’ultimo adotti (quasi inconsciamente) il comportamento localmente finalizzato a prevenirne gli effetti.

Il primo approccio è mono-stabile, tende cioè provocare una perturbazione allo stato di equilibrio che viene quasi immediatamente riassorbita riportando il sistema alle condizioni iniziali. Il secondo approccio, invece, è generalmente bi-stabile con due punti di equilibrio antitetici: normalità - i consigli impliciti non superando la massa critica non si diffondono più velocemente del loro tempo di persistenza e provocano pertanto un effetto paragonabile a quello del primo approccio - e anormalità patologica - le informazioni diffuse, per la loro natura, riescono a far superare la massa critica, diffondendosi molto velocemente e generando una dinamica complessiva che porta il sistema dal primo equilibrio stabile al suo opposto.

Esiste un modo di generare validi deterrenti a comportamenti comunemente considerati sbagliati con il secondo approccio ?…


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Open networking: lo spam dei social networks

7 Sep 2008

SpamDevo ammettere che per un certo periodo ho cercato di trovare qualche lato positivo nel fenomeno del cosidetto open-networking, ma il risultato complessivo è stato alla fine alquanto deludente…  Se si considerano, infatti, social networks dal carattere relativamente ludico (come Facebook o MySpace) è del tutto ammissibile creare le proprie amicizie virtuali in modo quasi “random”, ma vale lo stesso per networks basati su contatti professionali, accademici o anche personali, ma pur sempre reali ?

Linkedin è un classico esempio di utilizzo talvolta spropositato e privo di logica di un social network: esistono infatti specifici siti internet (che non mi va nemmeno di menzionare) dove ci si può iscrivere e ricevere in poco tempo migliaia di inviti a connettersi da parte di altrettanti sconosciuti sparsi per il globo. Provate a farlo: io l’ho fatto… e mi sono ritrovato letteralmente sommerso da un numero spaventoso di inviti. A questo punto si potrebbe obiettare che non c’è nulla di sbagliato nell’essere “open” a stabilire connessioni, ma in fondo di che tipo di contatti stiamo parlando ? Nella maggioranza (=99.99…%) dei casi non esiste alcuna concreta possibilità di poter sfruttare in qualsiasi modo tali conoscenze (a parte quella di vedere crescere vertiginosamente il proprio contatore) e l’unico risultato concreto a cui è possibile assistere è quello di snaturare il proprio network naturale, oscurando del tutto le informazioni realmente rilevanti.

Credo che sia pertanto necessario attenersi al rispetto della distinzione tra network orientati alle nuove amicizie (il cui valore precipita spesso ben al di sotto di quello di una sporadica conoscenza) e network che si fondano sull’isomorfismo tra sistema virtuale e realtà. Non c’è nulla di male nel desiderare che la propria rete si allarghi sempre più anche in quest’ultimo tipo di network, ma sono altresì convinto che è decisamente più appagante sapere che ogni “scatto” del proprio contatore equivale all’acquisizione di una nuova, vera conoscenza e non soltanto l’illusione di una potenzialità: in tal senso (e solo in tal senso…) credo fermamente nell’enorme potere dei cosidetti “Small worlds” che altrimenti si riducono ad aggregati sintatticamente perfettamente organizzati, ma semanticamente scevri di ogni barlume di logica.


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Innovazione aperta

3 Sep 2008

Ho letto questo libro durante le vacanze estive e devo ammettere di essere rimasto molto soddisfatto, sia per l’impostazione (dinamica, mai ridondante), che per la qualità dei contenuti proposti dall’autore e dai curatori dell’edizione italiana. E’ molto interessante notare come il concetto di “apertura” si stia finalmente espandendo a quasi tutti i settori produttivi, senza quella fastidiosa “onta” di libertinismo culturale che spesso lo ha accompagnato nell’ambito del software. Non c’è da stupirsi se tale fenomeno stia prendendo piede in modo così accelerato: in fondo quasi tutte le espressioni artistiche, scientifiche e tecnologiche dell’uomo sono intrinsecamente “aperte”; come considerare, infatti, i limiti di condivisione di un’opera letteraria, musicale, architettonica, pittorica, etc. ?

E’ pur vero che la proprietà intellettuale va tutelata, ma credo che le tecniche di “chiusura” spesso adottate, di fatto non siano da considerare come forme di tutela, ma piuttosto come deleteri tentativi di limitare la fruibilità di una qualunque opera. Che senso ha parlare di protezione se non si accetta l’esposizione al rischio ? E, d’altronde, pur volendo considerare il (giustissimo) ritorno economico che ogni autore si aspetta, il mondo del software ha insegnato in maniera inequivocabile che il vero valore aggiunto non è quello contenuto nell’opera in sè (che potrebbe essere straordinaria, ma per nulla usabile), ma proprio nel supporto all’utilizzo, alla personalizzazione e all’evoluzione dei sistemi stessi. Aprirsi non è dunque una possibilità, ma piuttosto una normale necessità per qualsiasi agente che operi all’interno di un ambiente sociale, dove la cooperazione (anche tra entità spesso contrapposte) rimane pur sempre uno strumento dall’eccezione potere creativo e produttivo.


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Predati… dal desiderio di scrivere un libro !

22 Aug 2008

Se dovessi cercare di definire questo libro con una frase semplice e compatta, potrei dire che si tratta indubbiamente di un “testo di citazioni”: un volume di 575 pagine dove almeno il 50% delle parole sono state riportate da altri libri italiani ed esteri.

Naturalmente il tutto è stato fatto con la massima correttezza, inserendo sempre i riferimenti bibliografici e, spesso e volentieri, mettendo in evidenza come le frasi “originali” fossero convalidate e valorizzate dal pensiero di altri autori. Ma…

Ammettendo di voler offrire un tributo all’umiltà intellettuale, mi chiedo per quale ragione una qualunque persona dovrebbe spendere circa 35 euro per essere continuamente rimandata ad altri libri, che magari ha già letto ! Sicuramente i riferimenti, le citazioni e la bibliografia rivestono un ruolo fondamentale nella stesura di uno scritto di questo genere, ma in un periodo di inflazione informativa, ci si aspetterebbe che due accademici cercassero di nutrire la pletora di italiani per nulla affamati di cultura con veri contributi “neghentropici” e non con un tentativo di ordinare e categorizzare ciò che in realtà è ordinato e categorizzato per natura.

Non voglio andare oltre… Per chi è digiuno di questi affascinanti argomenti e ha la resistenza per sopportare la continua perdita della sequenzialità logica (causata dalle innumerevoli citazioni), potrà indubbiamente trovare in questo libro degli ottimi spunti per approfondire le argomentazioni senza correre il rischio di essere rimandanti ad ogni piè sospinto ad altre letture.


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Universi Sintetici

2 Aug 2008

Non posso dimentare il periodo durante il quale il concetto di “realtà virtuale” iniziò a diffondersi a macchia d’olio, partendo dagli schermi cinematografici, fino a raggiungere giornali, periodici, libri e dibattiti di varia natura.

La domanda che veniva posta era sempre la medesima: << Come può essere virtuale ciò che viene definito reale ? >>; una contraddizione volutamente provocatoria che ha persino spinto filosofi come Pierre Lévy a scrivere ciò che può essere definito come “apologia del virtuale”: ovvero un tentativo quasi disperato di placare gli animi trovando una definizione di “virtuale” assolutamente neutrale e priva di quella forza dirompente che la penna degli sceneggiatori aveva voluto conferirgli. La visione dipinta da Edward Castronova, a patto di sostituire l’aggettivo “virtuale” con “sintentico”, sembra voler tornare a forza verso l’iniziale concezione, dando piena dignità non soltanto agli aspetti percettivi (che paradossalmente sono i meno sviluppati), ma soprattutto a quelli di natura sociale, economica e politica.

Sono state infatti proprio queste caratteristiche apparentemente meno peculiari, a (ri-)dare alla realtà virtuale una forma di dignità confrontabile con la sua antagonista “reale”. Ma cosa significa realmente “sintetizzare la realtà” ? Si tratta solo di immaginazione ? O, piuttosto, è un fenomeno di nicchia, riservato solo a pochi soggetti asociali o incapaci di vivere in modo appagante la realtà quotidiana ? La risposta, seppur non frutto di accurate ricerche scientifiche, appare chiara ed indiscutibile come se lo fosse: la realtà virtuale, sintetica, usando la terminologia di Castronova, ha un impatto socio-economico che ha pienamente superato le aspettive inizialmente riposte nella nuova metodologia percettiva.

A differenza di altre promettenti tecnologie che non hanno mai avuto nessun seguito, la virtualizzazione di molti aspetti della vita umana non ha soddisfatto gli amanti della fantascienza che vedevano ne “Il Tagliarbe” la quintessenza della nuova era digitale, ma ha determinato quello che potrebbe definirsi come un vero e proprio paradigma culturale. Tale visione, ormai talmente pubblicizzata da essere persino inflazionata, viene portata avanti dall’autore dalle prime, alquanto noiose, pagine sino al culmine della trattazione: quando cioè vengono discusse le implicazioni in campo economico e politico. Può sembrare assurdo, ma se la moneta deve la sua essenza all’intrinseca fluidità che le permette, seppur con qualche perdita, di convertirsi in qualunque bene fruibile dall’uomo, il concetto di virutalizzazione ne trasmuta l’ultimo barlume di corporeità in un pura essenza; quando in Second Life acquistate un terreno e lo pagate con valute reali, ciò che accade supera ogni immaginazione: il valore monetario trapassa la barriera del reale (fondamento di qualunque teoria del valore) e rinasce in un ambiente alternativo dove il valore originario torna ad acquisire la sua innata sovranità.

Non importa se il proprietario si manifesta come alter ego di un essere umano: egli fruisce del bene ed è nelle condizioni di ricavarne ulteriore valore. Quale impatto può avere la mancata alterazione percettiva (tanto attesa, quanto temuta) su una realtà la cui invadenza ha ormai travalicato ogni limite imposto dalle più ferree ortodossie ? Si potrebbe obiettare che ciò a cui si assiste equivale più o meno all’ondata di euforia che ha accompagnato la nascita di molte dot.com, e ciò non è in effetti del tutto fuori luogo, ma esiste tuttavia una grande differenza: un elemento dovrebbe scongiurare l’implosione finanziaria che ha visto dissolversi il sogno di molti imprenditori della new-economy.

Tale elemento può semplicemente ricondursi al primordiale ed innato effetto lock-in che ogni essere umano subisce nei confronti della realtà; anche se infatti l’interazione con gli universi sintetici non possiede le stesse caratteristiche della vita “naturale”, è del tutto fuori discussione che le attività, le relazioni e gli sforzi compiuti in modo virtuale, “soggioghino” l’utente con ciò che comunemente viene definita “abitudine”. La volontà di persistere in certi comportamenti è indotta (lock-in) non da chissà quale forma di comunicazione subliminale, ma piuttosto dalla palese analogia con gli schemi comportamentali acquisiti da ogni individuo.

Se si può parlare di assuefazione a questo tipo di intrattenimento, allora di certo non può che trattarsi di un ovvio surrogato della naturale tendenza di ognuno di noi a dare continuità alle azioni e interazioni che compiamo ogni giorno.


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L’Algoritmo della Metropolitana

15 Jul 2008

Chiunque abbia avuto la possibilità di utilizzare la metropolitana di Roma negli ultimi sei mesi, avrà di certo fatto caso ad un fenomeno sicuramente banale, ma nel contempo, alquanto bizzarro: sto parlando dell’andamento della distribuzione dei passeggeri all’interno delle vetture.

Fino a circa sei mesi fa, i viaggiatori più consumati sapevano bene che per evitare la calca delle ore di punta, la soluzione migliore era quella di posizionarsi in corrispondenza delle carrozze più distanti dal centro, in quanto la maggior parte delle stazioni (comprese quelle più frequentate) conducono i passeggeri al centro della banchina, punto dal quale molte persone preferiscono non discostarsi fino all’arrivo del treno. La densità dei viaggiatori raggiungeva quindi un picco in corrispondenza dei vagoni centrali, per poi diminuire con l’andamento di una curva gaussiana fino a raggiungere le estremità.

La scelta delle posizioni di testa e di coda dovrebbe perciò apparire più “attraente” sia per il tempo di permanenza sulla bachina, che per quello trascorso a bordo del treno. Il problema nasce purtroppo dalla constatazione che un simile ragionamento viene lentamente portato avanti da tutti i viaggiatori abituali, i quali tenderanno a “scivolare” verso le valli della distribuzione sperando, in cuor loro, che la maggior parte dei loro “vicini” preferisca le vecchie abitudini, pagando un prezzo in termini di comfort, piuttosto che rischiare di trovare carrozze sovraffollate e dover quindi attendere l’arrivo di un altro treno.

In effetti questo ragionamento non è del tutto infondato: esso infatti si basa sul famoso (o famigerato, a seconda dei punti di vista) principio di razionalità; all’interno di un sistema, gli individui tenderanno a comportarsi in modo da massimizzare il loro benessere e di conseguenza, secondo il pensiero di Adam Smith, faranno sì che il sistema raggiunga “spontaneamente” un punto di equilibrio caratterizzato dal benessere comune. Tale visione della realtà è stata di fatto smentita dagli sviluppi della teoria dei giochi e, in particolare, dalla dimostrazione che la presenza di asimmetrie informative non permette di raggiungere una condizione di ottimalità pur effettuando scelte assolutamente razionali.

Tornando al nostro discorso, il ragionamento del passeggero che raggiunge le vetture di coda potrebbe essere schematizzato con questo breve monologo interiore: << La parte centrale della banchina è sempre molto affollata e spesso mi sono accorto che invece i vagoni di coda sono abbastanza vuoti. E’ quindi logico che tenti di raggiungere la parte finale del treno piuttosto che rimanere “introppolato” in questa mischia ! D’altronde non credo che molta gente farà lo stesso ragionamento… >>.

A questo punto è necessaria una considerazione: l’affollamento nelle parti centrali delle banchine è, in un certo qual senso, “congenito” alla natura delle stazioni; tenuto conto, infatti, che la frequenza di arrivo dei treni (relativamente pieni) durante le ore di punta è relativamente alta, è molto più probabile che un viaggiatore che raggiunge la banchina con un treno presente in stazione, tenda a raggiungere il primo vagone disponibile - anche se affollato -, piuttosto che fare qualche passo con il rischio di vedere chiudere le porte del treno. Per questo motivo, l’unico modo “razionale” di evitare il congestionamento sarebbe quello di non aprire affatto le porte dei vagoni centrali…

Ammesso di avere sufficiente tempo a disposizione, il ragionamento del nostro fantomatico viaggiatore equivale più o meno alla dichiarazione di poter attendere un certo tempo massimo fino all’arrivo di un treno meno affollato. Ma cosa accade quando la frequenza di transito si riduce o la stazione non ha una densità di viaggiatori molto alta ? In tal caso, la prima parte del ragionamento perde di efficacia: nulla vieta infatti al viaggiatore di rimanere nella parte centrale della banchina senza doversi “divincolare” all’interno di una mischia. La sua decisione è adesso apparentemente più libera e perciò notevolmente più problematica !

Seguendo gli insegmenti di Smith sulla “mano invisibile”, il viaggiatore dovrebbe mantenersi saldo nel suo ragionamento, sicuro che tale comportamento, adottato da tutti gli altri individui non può che portare ad una soluzione globalmente ottima… Credo tuttavia che nessun viaggiatore abituale sia disposto a sottoscrivere quanto appena affermato ! Ciò che si osserva, infatti, è un addensamento del tutto eterogeneo di persone che vede ancora le presenza di vagoni semi-vuoti e di altri al limite della loro capacità massima, e a complicare il problema si aggiunge spesso il “candido” annuncio di un operatore che invita (anche se a volte in modo indiretto) la gente a raggiungere proprio le vetture di testa e di coda in quanto notoriamente più vuote…

L’effetto è sempre disastroso e più di una volta mi è capitato di sentire affermazioni del tipo: << Queste sono pecore, non persone ! >>, anche se di fatto la massa si stava comportando proprio come indicato dai messaggi vocali ! Cosa c’è che non va ? I posti sono disponibili e basterebbe una distribuzione più oculata per assicurare a tutti un livello di comfort certamente più elevato, ma un simile punto di equilibrio sembra piuttosto una chimera irraggiunbile… Tutto, in realtà, appare molto chiaro se analizzato in termini di informazione: l’auto-organizzazione è infatti tanto più proficua quanto più gli elementi del sistema sono in grado di scambiare efficaciemente informazioni e adattare il proprio comportamento di conseguenza. Rianalizzando quindi il nostro viaggiatore “modello”, possiamo dedurre che egli si trova nella drammatica situazione di dover prendere una decisione sistemica basandosi quasi esclusivamente su dati probabilistici; le sue sono infatti previsioni di comportamento non corroborate da alcun dato certo e, a complicare il tutto, si aggiunge anche la falsa speranza che nessun altro ragioni alla stessa maniera (apparente contraddizione del principio della mano invisibile).

Ciò che accade è che, in effetti, un gran numero di altri viaggiatori farà le medesime considerazioni e trarrà conclusioni basate solo su congetture senza nemmeno tentare di ottenere qualche informazione più certa. L’annuncio microfonico, ideato per consigliare saggiamente gli utenti del servizio, si traduce inoltre in un invito implicito a non ricercare altre informazioni in quanto una sorta di intelligenza centralizzata ha già fornito tutti i dati necessari. Gli agenti di questo sistema, tenderanno perciò, non soltanto, a non valutare accuratamente l’effetto dell’asimmetria informativa, ma saranno anche abbastanza convinti che il risultato macro-comportamentale sarà prossimo all’ottimalità… Quanto è frustrante vedere continuamente infrante le proprie aspettative !

Non voglio dilungarmi oltre in questo articolo, ma, prima di chiudere, mi preme sottolineare, come l’idea che i comportamenti sociali siano guidati da una qualche forma di auto-organizzazione va sempre valutata tenendo presente la quantità e la qualità delle informazioni che gli elementi costituenti il sistema sono in grado di scambiare… Un messaggio più adeguato da diffondere potrebbe essere: << Le vetture di coda sono generalmente meno affollate, tuttavia prima di dirigervi in qualche direzione, comunicatelo ai vostri vicini>> !


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Senza leader

10 Jun 2008

La stella marina e il ragno: due modelli a confronto. La prima “flessibile”, rigenerativa, auto-adattiva. Il secondo, elegante, ma estremamente rigido e sensibile alle variazioni sistemiche. Un bellissimo libro che evidenzia in modo appassionante, ma nel contempo rigoroso, due modelli organizzativi che per la loro intrinseca natura possono essere definiti “paradigmatici”: il modello classico, gerarchico, con flussi definiti e controllati verticalmente e, il secondo, decentralizzato, privo di leader, capace di adattarsi alle più violente variazioni ambientali senza subire alterazioni interne eccessivamente destabilizzanti.

Condivido pienamente la visione proposta dagli autori e non posso che consigliare la lettura del libro a tutti coloro che desiderano trovare nuovi spunti di indagine; tuttavia, proprio durante la lettura delle ultime pagine, mi è venuta in mente un’osservazione riguardo alla classificazione che O. Brafman e R. Beckstrom propongono ai lettori. Le organizzazioni vengono suddivise dagli autori in due categorie ben distinte (anche se non sono affatto rare le parziali sovrapposizioni), quelle a controllo centralizzato, e loro “antagoniste” di centri o vertici proprio non vogliono sentirne parlare. Nel primo gruppo vanno inquadrate quasi tutte le grandi aziende esistenti sulla Terra, dove le varie decisioni compiono un cammino verticale sino a raggiungere un nodo direttivo sufficientemente forte da potersi assumere la responsabilità e poi tornano giù per potersi tradurre in azioni concrete. Al contrario, le organizzazioni decentralizzate (come Wikipedia o, l’efficientissima, ma famigerata, Al Queda), pur ammettendo una certa dose di supervisione, basano il loro funzionamento sullo straordinario potere delle connessioni e sulla sinergia tra differenti volontà “focalizzate”; in altre parole, nel primo caso l’organizzazione viene intesa come premessa per qualsiasi risultato, mentre nel secondo essa emerge in modo quasi spontaneo dall’interazione coordinata localmente di individui accomunati da un qualche desiderio.

Se limitassimo l’analisi a questi due modelli basandoci solo sugli esempi finora elencati, il ragionamento non farebbe una grinza, ma “purtroppo” una grandissima categoria di organizzazioni decentralizzate reclama a pieno diritto la menzione all’interno della tassonomia: parlo delle capillari reti peer-to-peer… In effetti gli autori iniziano a citarle molto presto all’interno della trattazione e, probabilmente, proprio questa scelta ha fatto nascere in me la necessità di una (spero doverosa) precisazione. Esiste infatti una grande differenza tra Wikipedia ed Emule: nel primo caso, come già detto, l’emergenza scaturisce sia dalle interazioni locali che dall’esistenza di un qualche punto di riferimento globalmente condiviso, mentre, nel caso del peer-to-peer sembra esistere solo il primo elemento, ma manca del tutto la visione del “target” verso cui l’organizzazione dovrebbe e/o potrebbe evolvere.

Condividere e scambiare files con questi meccanismi è infatti sintomatico dell’esistenza di una consapevolezza limitata ad un gruppo di “vicini” (esattamente come accade nel Game of Life di John Conway), ma sembra del tutto inverosimile pensare che ogni singolo utente effettui i suoi scambi pensando un punto di equilibrio globale ove dirigere l’evoluzione dell’intero sistema. Questi due differenti tipologie di organizzazioni “senza leader” hanno un fondamento strutturale diverso e, seppur in misura alquanto ridotta, tale divergenza spinge i modelli tipo “Wikipedia” verso il grande insieme delle organizzazioni centralizzate, con la sola differenza che in questo caso il controllo è esercitato da una sorta di “entità emergente” priva di corporeità, ma dotata delle stesse caratteristiche funzionali di un CEO. In fondo cosa importa se la direttiva comune viene diffusa a partire dalla volontà di un individuo o, se piuttosto essa viene accettata e abbracciata dai molti anche senza la presenza di una propaganda unidirezionale ? Le reti peer-to-peer e, per certi versi, la struttura dell’intera Internet sono completamente decentralizzate e nessun obiettivo comune emerge, se non all’interno dei micro-gruppi locali, ma anche in tal caso non si tratta affatto di un riferimento condiviso, ma soltanto della presa di coscienza che per soddisfare un mio bisogno (ad esempio ottenere un certo file) è indispensabile contribuire al soddisfacimento dei bisogni di altri utenti (mettendo a disposizione ciò che loro desiderano).

In definitiva, non posso che consigliare questo libro, ma invito i lettori ad avere un occhio critico nei confronti di concetti che, a causa della loro novità, vengono spesso estesi a contesti non del tutto adeguati, inducendo involontariamente false aspettative.


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(La teoria degli) Hub “fluidi”

4 Jun 2008

Secondo la moderna teoria delle reti (nata principalmente con i lavori di A.L. Barabasi e D.J. Watts), la struttura delle principali reti con cui le persone interagiscono è basata non su una distribuzione gaussiana (dove la maggioranza dei nodi ha approssimativamente lo stesso numero di connessioni), ma piuttosto su una legge di potenza (ovvero, la maggior parte dei nodi ha poche/pochissime connessioni, mentre una piccola parte di essi possiedono moltissime connessioni). Seppur in termini probabilistici, l’adozione di una legge di potenza introduce a pieno diritto il concetto di hub, un nodo che all’interno di una certa rete è molto più collegato degli altri e funge da punto di snodo per molti altri nodi.

Tale concetto è facilmente verificabile: nella rete aeroportuale esistono pochi “veri” hub (come Chicago O’Hare e Londra Heathrow) e un’enorme quantità di scali medio/piccoli con un numero di movimenti molto limitato; tuttavia, riflettendo proprio su questo esempio, mi è venuta in mente un’osservazione proprio sulla diversa natura che gli hub possono avere. Esiste infatti una grande differenza tra ad esempio, un aeroporto e un motore di ricerca come Google, anche se spesso nei testi citati in bibliografia, essi vengono accomunati e trattati alla stessa maniera. Se consideriamo ogni singolo volo come un link diretto verso un qualsiasi altro aeroporto, non possiamo fare altrettanto per i collegamenti ipertestuali gestiti dai motori di ricerca: Google (come qualsiasi altro servizio analogo) non è infatti collegato alle risorse puntate, anche se è virtualmente in grado di farlo dietro esplicita richiesta da parte di un utente. Per questo motivo definisco tali hub “fluidi”, ovvero dotati non tanto di un insieme molto grande di collegamenti, ma piuttosto della capacità di adattarsi alle esigenze esterne modificando il loro front-end strutturale in modo estremamente dinamico e veloce.

Volendo fare un’analogia virtuale, potremmo pensare ad un aeroporto dove ogni passeggero ha la possibilità di scegliere la destinazione e l’orario di partenza in modo del tutto indipendente dalle regole imposte dalle compagnie. Chiaramente una delle prerogative fondamentali di un hub fluido è quella di trattare collegamenti di tipo (quasi) puramente informativo; considerando infatti l’esigua quantità di materia ed energie necessarie per lo staccaggio delle informazioni, è del tutto plausibile, visti anche gli sviluppi della legge di Moore, supporre che un hub fluido possa riuscire a coprire l’intera rete di cui fa parte, rendendo inutile il ricorso ad altri possibili percorsi tra due nodi differenti. Nel caso del web, supponendo di suddividire i nodi in due categorie (gli utenti e le pagine identificate da un URL) e considerato che la tipologia di Internet rende possibile la conenssione real-time di qualunque coppia di nodi, possiamo supporre che i motori di ricerca sono già potenzialmente collegati a tutti i nodi di tipo utente e coprono una discreta percentuale (circa il 50%) di pagine web. Considerando inoltre che l’uso di un motore è possibile solo in senso unidirezionale (utente -> motore -> risorsa), possiamo facilmente concludere che hub fluidi hanno come scopo (probabilmente non intenzionale) quello di annullare qualunque effetto di rete, permettendo una condivisione quasi totale delle informazioni pubbliche.

Immaginate di svegliarvi un giorno e trovare Google, MSN, Yahoo, etc. completamente inaccessibili…

Libri collegati:


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Small Worlds… a Bit Larger

13 Sep 2007

Yesterday I tried to answer a question on LinkedIn about the value we can assign to high level connections (3rd or greater): a quite good question from several point of views.
I think that the main problem of “Small Worlds” theory is brought about the huge amount of information needed in order to get a fast propagation through a certain social network. A world can be really small, but such a property may be easily tested by its members only if there’s a global and widespread knowledge about both the structure and the nature of the majority of nodes which a network is made up of.
Thus the value of a 3rd level connection has to be considered not only from [...] Leggi il resto dell’articolo…


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Web 2.0: A “Sociological” Point of View

22 Aug 2007

A Web 2.0 “Sociological” point of view is probably the most interesting analysis, mainly because it can be really considered as the very network revolution. Web 1.0 could rely only on a kind of link: the one obtained from <a …> tags; its purpose was (and still it is) to allow the connection between two different documents according to their content or other criteria (they’re often marketing-oriented). Thus the resultant network was made up of several (pseudo-)static or slowly changing nodes which connectivity was always bound by lots of limitations (first of all a spare knowledge about similar resources). Pure hypertextual technology was certainly great, but its weaker point was that of hiding the human beings, with their mutable [...] Leggi il resto dell’articolo…


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Time for Emergence

15 Aug 2007

When Sir Tim Berners-Lee had his stroke of genius and invented the World Wide Web, he didn’t surely think about its extraordinaty present developments, just like a father normally hopes his children’s wellbeing, but he can’t seldom